Per la distribuzione dell'acqua in città si può citare il Palatino a Roma che era alimentato da un sifone rovescio, collegato alle arcate neroniane del Celio, il cui ventre era poggiato sugli archi ancora osservabili in via di San Gregorio.
Là dove il sottosuolo non era così munifico, l'acqua arrivava attraverso gli acquedotti e le successive canalizzazioni. Un'accurata distribuzione permetteva di disporre d'acqua corrente nelle abitazioni, nelle terme, nelle fontane, nei “condomini” (le cosiddette insulae) e nelle latrine.
Come funzionavano gli acquedotti dell'antica Roma?
La maggior parte degli acquedotti romani aveva il fondo piatto, e condotte con sezioni ad arco che correvano a ca. 0,5 – 1 m sotto il livello di calpestio, con chiusini per l'accesso e l'ispezione a intervalli regolari. Le condotte sopra il livello del terreno erano chiusi sopra con lastre.
In un acquedotto romano l'acqua si muoveva dalla sorgente in direzione della città o comunque del punto di destinazione di approvvigionamento dell'acqua, attraverso la forza di gravità che veniva impressa grazie alla pendenza. La struttura dell'acquedotto funge, in sostanza, da scivolo lungo tutto il suo tragitto.
Per costruirlo si raggiunse una profondità superiore agli otto metri, lo scavo fu realizzato puntellando con tavole o altre strutture con funzione di centina. Raggiunto il fondo, si iniziò il rivestimento, con un doppio spessore di grossi ciottoli di fiume.