La ò si pronuncia aperta nei seguenti casi: Nel dittongo -uò- [wɔ] (tuòno, scuòla, uòmo, suòi, tuòi, buòi, vuòi, suòcera, nuòra, suòra, cuòre). Eccezioni: quando il dittongo fa parte dei suffissi di sostantivi in -uósa, -uóso [ˈwo:sa, ˈwo:so].
Hanno la ⟨o⟩ aperta quelle parole che hanno l'accento grafico sull'ultima sillaba. Questa regola vale sia per i sostantivi e le congiunzioni, sia per le forme al futuro e al passato remoto dell'indicativo: falò però
Le vocali aperte (ad es., [a] e [ɑ]) sono prodotte con il maggior spazio possibile tra lingua e palato (o velo). Quelle chiuse (ad es., [i] e [u]) sono articolate con il minimo spazio tra lingua e palato (nel caso delle vocali anteriori), ovvero tra lingua e velo (nel caso delle vocali posteriori).
La forma corretta del perché quindi è quella con l'accento acuto "é", come accade anche a tante altre parole che finiscono per -che che richiedono alla fine sempre l'accento acuto: giacché, poiché, affinché, dacché, benché, ecc… Il perché inoltre si pronuncia e legge sempre con la e chiusa.
La ó è chiusa [o] nei seguenti casi: Alla fine della parola, se non accentata (pero, vedo, bello, poco, io). Eccezioni: nei casi in cui la o sia preceduta dalla vocale u formando il dittongo -uò- [wɔ] (Es.: nuòce, cuòce, ecc.);