Per Feuerbach, Dio non è altro che una produzione dell'uomo a cui egli stesso si è assoggettato. L'alienazione religiosa è la rappresentazione esteriore delle qualità, desideri e paure dell'uomo. L'uomo come specie getta fuori di sé le proprie qualità, facendole diventare oggettive per trasformarle in Dio.
Secondo Feuerbach, nn è Dio (astratto) che ha creato l'uomo (concreto) ma l'uomo che ha creato Dio che è la proiezione illusoria di caratteristiche della nostra specie quali la ragione, la volontà, il cuore. Quindi il divino è l'umano in generale, proiettato in un mitico Aldilà e adorato come tale.
Dio è lo svolgimento stesso del mondo, nella sua totalità e nella sua verità. Esso non ha un'esistenza a sè, indipendentemente dai contenuti nei quali si manifesta: lo spirito che non si rivela, dice chiaramente Hegel, non esiste.
L'umanesimo feuerbachiano è una nuova antropologia, una filosofia dei sensi, che considera l'uomo come un essere “di carne e di sangue”, dotato di una serie di “bisogni”, e non più come un essere isolato e considerato solo nella sua spiritualità.
L'uomo, secondo il filosofo tedesco, deve capire che la natura non si muove e non si muoverà mai secondo i principi con i quali l'uomo organizza razionalmente la propria vita. La natura è completamente indifferente ai desideri e ai sentimenti umani e mantiene e vivifica un suo volto oscuro e minaccioso.