Nella mitologia greca, fu Zeus a dare il vaso (o meglio, un pithos, un grande vaso per le provviste) a Pandora. Il re degli dèi lo affidò alla prima donna mortale come parte di un dono, raccomandandole di non aprirlo mai, per poi punire l'umanità liberando tutti i mali nel mondo a causa della curiosità di lei.
Infine il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l'araldo divino, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti dell'Olimpo l'avevano portata in dono, sciagura agli uomini laboriosi.
Si tratta di un modo di dire che viene dalla mitologia greca e indica metaforicamente la scoperta da parte di una persona di una serie di problemi, a volte anche piuttosto gravi, che una volta scoperti innestano una serie di situazioni che non è più possibile fermare.
(Theog., 570 ss.; Op., 6o ss.), afferma che essa fu inviata in terra da Zeus come un "bel male" (καλὸν κακόν) per punire il furto del fuoco, perpetrato da Prometeo. Efesto la modellò di terra e acqua, conferendole la bellezza delle dee.
L'apertura del vaso non è infatti solo un gesto di disobbedienza, ma simboleggia il momento in cui l'innocenza umana viene persa a fronte della conoscenza e della verità dolorosa, all'inevitabile presenza del male nel mondo.