I due fratelli, trovatisi di fronte nel combattimento, si uccisero l'un l'altro e l'odio perdurò anche dopo la morte: quando i corpi furono posti sul rogo per essere arsi, le fiamme si divisero. L'episodio è narrato sia da Stazio (Theb. XII, 429 e ss.)
tenta di trarre dalla sua parte il vecchio Edipo, che gli rinnova la maledizione e gli predice la morte per mano del fratello. E infatti nel decisivo assalto contro Tebe, P. scontratosi con Eteocle, lo uccide, e a un tempo ne riceve il colpo mortale (Sette a Tebe di Eschilo).
Muore nel 406 a.C. e la sua ultima tragedia, l'Edipo a Colono, viene rappresentata postuma lo stesso anno (o pochi anni dopo) in segno di grande onore. Secondo la storiografia antica, notoriamente amante di tali pittoreschi aneddoti, sarebbe morto strozzato da un acino d'uva nel corso di un simposio.
Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell'indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma è troppo tardi perché Antigone nel frattempo si è suicidata impiccandosi.
Creonte, che ha appena dato sepoltura a Polinice, sente le grida del figlio e sopraggiunto nella grotta manca appena l'aggressione di Emone che, folle di dolore, si scaglia contro il padre. Emone così decide di uccidersi e, di fronte a Creonte, si trafigge con la spada.