Secondo alcune scuole di pensiero, lo stalinismo fu un momento di reazione che neutralizzò la rottura avvenuta con la rivoluzione d'ottobre, riportando la Russia ad un periodo più simile a quello zarista, caratterizzato da accentuati motivi nazionali e da un governo autocratico e dispotico.
Stalin sosteneva al contrario che la "rivoluzione permanente" fosse una pura utopia e che l'Unione Sovietica dovesse puntare sulla mobilitazione di tutte le proprie risorse al fine di salvaguardare la propria rivoluzione (teoria del "socialismo in un Paese solo").
Egli istaurò un regime personale. Fece eliminare tutti gli avversari attraverso sanguinose epurazioni. Stalin impose grandi sacrifici alla popolazione per favorire il processo di industrializzazione. Alla fine degli anni trenta l'Unione Sovietica divenne così una grande potenza economica e militare.
Gli imputati principali furono: Bucharin, Rykov, Krestinskij già componenti del Politburo di Lenin, Jagoda ex capo della NKVD da pochi mesi sostituito da Ežov e Rakovskij che era stato presidente dei commissari del popolo in Ucraina.
Il primo punto del piano quinquennale prevedeva l'intera collettivizzazione delle aziende agricole, i contadini ricchi che si rifiutarono di cedere allo stato le loro imprese furono espropriati con la forza e deportati in massa in campi di lavoro.