Nel poema la Sibilla Cumana funge prima da veggente: si rifugia nell'antro "dalle cento porte" e viene invasata da Apollo, cambiando aspetto e timbro di voce.
Sibilla è il nome con il quale i Greci e i Romani indicavano le profetesse in generale e avevano il compito di vaticinare gli oracoli d'Apollo. Le profezie venivano proferite quando la Sibilla era in uno stato di trance (si pensa anche dovuto agli agenti naturali presenti nei luoghi di responso).
“Ibis redibis non morieris in bello” - Andrai tornerai non morirai in guerra. Forte del responso positivo il giovane soldato andò in battaglia. Il soldato morì. La frase, in realtà, come tutti i responsi sibillini, è ambigua e si presta a diverse interpretazioni a seconda di come viene posizionata la punteggiatura.
Il Dio l'accontentò ma la fanciulla commise un grave errore: si dimenticò di aggiungere di voler vivere gli anni in eterna gioventù. La sua dimora fu Cuma, scelta come luogo meditativo per poter officiare l'arte divinatoria, dove fu amata perdutamente dal Dio Apollo.
Le sibille (in greco antico: Σίβυλλα, Síbylla; in latino: Sibylla) sono sia dei personaggi storicamente esistiti, sia figure mitologiche greche e romane. Erano vergini ispirate da un dio (solitamente Apollo) dotate di virtù profetiche e in grado di fare predizioni e fornire responsi, ma in forma oscura o ambivalente.