Se il vicino ti insulta, mantieni la calma, documenta le offese (registrazioni o testimoni) e valuta la gravità: per semplici insulti (ingiurie), depenalizzati dal 2016, puoi agire civilmente per risarcimento danni; se ci sono minacce, molestie o stalking, puoi sporgere querela entro 3 o 6 mesi. Comunica prima per iscritto all'amministratore o invia una diffida.
In sintesi, è necessario che si verifichino due condizioni: episodi ripetuti (ne bastano due e anche a distanza di tempo) di molestia o minaccia volti a turbare la vittima; compromissione della salute psico-fisica della vittima (ansia, paura o alterazione delle abitudini di vita).
Se il vicino o chiunque altro ti insulta, non è reato, ma puoi fargli causa. Modalità dell'azione legale e le conseguenze per il responsabile. Molto spesso i rapporti di buon vicinato sono tali soltanto sulla carta.
Gli insulti "non denunciabili" (cioè non più reato penale dopo la depenalizzazione dell'ingiuria nel 2016) sono quelli di uso comune, gergali o espressivi di fastidio, come "coglione" (se inteso come scemo), "vaffanculo", "rompipalle" (se inteso come seccatore), o frasi come "mi hai rotto i coglioni" (per indicare fastidio), che non ledono l'onore in modo grave, ma al massimo danno diritto a un'azione civile per risarcimento danni, specialmente se pubblicati online o in pubblico.
L'insulto diventa reato in Italia quando non è rivolto direttamente alla persona presente (che è ingiuria, ora illecito civile) ma avviene in sua assenza e in presenza di almeno due persone (diffamazione) o tramite mezzi di pubblicità come i social media, configurando diffamazione aggravata. Diventa poi reato anche di minaccia se l'insulto contiene un avvertimento credibile di un danno ingiusto.