Domanda di: Dott. Maria Fontana | Ultimo aggiornamento: 19 marzo 2023 Valutazione: 4.7/5
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Il linguaggio inclusivo aderisce alle nuove visioni a proposito delle disabilità, delle vulnerabilità, delle condizioni di difficoltà, e nel suo complesso delle diversità, aiutandoci a superare modalità obsolete e veicolanti purtroppo immagini stigmatizzanti e distorte, in grado di rasentare a volte l'offesa.
Le varianti del linguaggio inclusivo (come “*”,“u” “ə”) possono servire in tre occasioni: per rivolgersi a una moltitudine mista volendo tenere conto delle persone non binarie; per rivolgersi a una persona non binaria; per parlare di una persona di cui non si conosce il genere.
Usare un linguaggio inclusivo non è, quindi, solo un modo più fedele di rappresentare la realtà, ma permette anche di influenzarla positivamente e di coltivare la percezione di inclusione provata dalle persone.
Si chiama «schwa» e andrebbe a cancellare gli asterischi o la chiocciola che alcuni usano per non utilizzare il maschile o il femminile per aggettivi, sostantivi, pronomi senza inclusività nei confronti di chi non si riconosce in uno dei due generi.
Con l'inclusività, invece, le differenze e le peculiarità dell'individuo non vengono annullate, ma solo assorbite nella società, mantenendo una loro identità e una loro struttura. Il soggetto acquisisce quindi la stessa dignità dei soggetti che lo hanno incluso, ma senza necessariamente diventare simile a loro.