Gli Egizi credevano in una vita dopo la morte, assai simile a quella vissuta sulla terra. Quando un uomo moriva, la sua anima faceva un lungo viaggio accompagnata da Anubis, un dio dalla nera testa di sciacallo; egli la proteggeva da mostri e pericoli fino a quando non giungeva davanti a Osiride e agli altri dei.
Gli egizi guardavano all'aldilà come una continuazione della vita terrena, con le stesse gioie e le stesse attività che sperimentavano quotidianamente; anche la gerarchia, secondo loro, si sarebbe conservata dopo la morte.
Se il cuore e la piuma avevano lo stesso peso, il defunto veniva considerato un uomo giusto e aveva diritto alla vita eterna. Se, d'altro canto, il cuore risultava essere più pesante della piuma, veniva divorato dal terribile mostro Ammit e l'anima del defunto scompariva per sempre.
Fino a quando stava sul trono, il faraone veniva identificato con il dio Horus, che si manifestava agli uomini come un falco, mentre al momento della morte era considerato come Osiride, il padre di Horus, un dio che moriva per poi rinascere nell'aldilà: il nuovo faraone era a sua volta Horus e così per sempre.
Gli antichi Egizi non consideravano la morte come estinzione completa dell'uomo, ma piuttosto la negavano ritenendo che ci fosse una continuazione della vita nell'oltretomba, concepita come una vera e propria immortalità.