Perché si chiama vaiolo delle scimmie?

Domanda di: Carmela Grassi  |  Ultimo aggiornamento: 30 aprile 2026
Valutazione: 4.8/5 (69 voti)

Il vaiolo delle scimmie (ora noto come mpox) si chiama così perché il virus fu identificato per la prima volta nel 1958 in scimmie di laboratorio (Macaca fascicularis) in Danimarca. Sebbene il nome suggerisca l'origine primordiale, i principali serbatoi del virus in natura sono in realtà i roditori selvatici, e la trasmissione all'uomo avviene tramite zoonosi.

Come è nato il vaiolo delle scimmie?

Secondo gli esperti i due virus sarebbero "cugini" in quanto discendenti da un virus comune, quello del vaiolo bovino. MPV è stato identificato per la prima volta in Europa nel 1958 in scimmie provenienti dal Sud-Est asiatico. Negli anni successivi sono stati segnalati alcuni focoloai.

Qual è la differenza tra il vaiolo e il vaiolo delle scimmie?

Che cos'è il vaiolo delle scimmie (monkeypox)?

Si tratta di un'infezione zoonotica (trasmessa dagli animali all'uomo) causata da un virus della stessa famiglia del vaiolo (Poxviridae) ma che si differenzia da questo per la minore trasmissibilità e gravità della malattia che provoca.

Come si prende il vaiolo delle scimmie?

Animale-Uomo: nelle aree endemiche, Mpox si trasmette all'uomo soprattutto tramite morsi, graffi o contatto diretto con sangue, liquidi biologici, lesioni cutanee o carne di animali infetti, principalmente roditori selvatici, ma anche primati.

Il vaiolo è curabile?

Il vaiolo è stato dichiarato eradicato nel 1980, grazie al vaccino, quindi non esistono più casi naturali; per questo non è curabile nel senso tradizionale, ma esistono farmaci antivirali (come tecovirimat) che potrebbero essere usati in caso di riapparizione accidentale o intenzionale del virus, affiancati da una terapia di supporto (idratazione, gestione complicanze) e isolamento del paziente, ma non c'è una cura definitiva e la prevenzione tramite vaccinazione è stata sospesa.

Il vaiolo delle scimmie non è come il Covid-19, cos'è e sintomi: intervista al funzionario dell’OMS