Per Kant, la ragione (Vernunft) è la suprema facoltà conoscitiva umana che aspira all'unificazione del sapere, andando oltre l'esperienza sensibile verso la metafisica. Distinta dall'intelletto, la ragione cerca la totalità (anima, mondo, Dio) ma rischia di produrre illusioni trascendentali. Essa agisce anche come ragione pratica, fondando l'autonomia morale attraverso l'imperativo categorico.
Va notato che Kant usa il termine “ragione” in senso lato per intendere le facoltà conoscitive dell'uomo nel loro complesso, in senso stretto per indicare la più alta facoltà conoscitiva umana.
Per Platone l'intelletto (nòus) è la facoltà che consente di raggiungere il grado più alto della conoscenza: mentre la ragione (diànoia) coglie la verità in modo discorsivo ‒ ossia tramite una serie di dimostrazioni, come avviene nella matematica ‒ l'intelletto coglie la verità in modo intuitivo e immediato.
Le "tre massime" di Kant si riferiscono alle tre formulazioni dell'Imperativo Categorico, il principio fondamentale dell'etica kantiana, che indicano come agire moralmente: 1) Legge Universale: agisci solo secondo una massima che puoi volere diventi una legge universale; 2) Fine in Sé: tratta l'umanità (in te e negli altri) sempre come fine e mai solo come mezzo; 3) Regno dei Fini: agisci come se la tua volontà fosse legislatrice universale in un regno ideale di fini. Queste formulazioni guidano l'azione verso doveri incondizionati e universali, basati sulla ragione, non sulle conseguenze.
Cosa dice Kant nella critica della ragion pratica?
Nella Critica della ragion pura Kant ha dimostrato l'impossibilità razionale di fondare in maniera scientifica l'esistenza di Dio. Questo significa che la legge morale non può più derivare da un essere supremo, superiore all'uomo. L'unico fondamento della legge morale a questo punto sta nell'uomo stesso.