Domanda di: Sig. Secondo Bellini | Ultimo aggiornamento: 18 marzo 2023 Valutazione: 4.5/5
(41 voti)
Per lavare i panni si usava la ranna (ranno) cioè una soluzione ottenuta versando dell'acqua bollente sopra uno strano di cenere bianca, proveniente da legni poveri, come ginestre, rovi, acacie, sopra un telo ampio a trama fitta, o un vecchio lenzuolo rattoppato, chiamato cendrale.
Il giorno del bucato, si prendevano delle grandi vasche di legno che venivano posate su dei treppiedi con sotto un secchio. A questo punto la biancheria veniva inserita dentro queste vasche e pigiata. Veniva poi coperta con un drappo di tela su cui si spargeva la cenere e su cui veniva versata acqua bollente.
I panni venivano messi nel mastello e venivano coperti con un vecchio lenzuolo, che serviva da filtro per evitare il contatto diretto con la cenere. Sopra il panno rovesciavamo, a poco a poco, la liscivia. Il liquido, filtrato dal tessuto, bagnava il bucato e poi finiva dentro il secchio posto sotto il mastello.
Una volta, specialmente in campagna, quando i detersivi e le lavatrici erano ancora di la da venire, le nostre nonne, per lavare e sbiancare i panni, facevano “la liscìa” (liscìva). Cioè, facevano il bucato, usando un detersivo naturale composto da acqua e “cennera de lu camì”.
Per lavare i panni nei fiumi serve infatti un masso idoneo, su cui poter distendere il capo prima della strofinatura con acqua e sapone o con la famosa liscivia (costituita da un miscuglio di acqua bollente e cenere di legno o carbone di legna).