La lettera "J" (i lunga) in italiano si usa principalmente per prestiti linguistici, nomi propri (Jacopo), cognomi (Jannacci), toponimi (Jesi) e termini scientifici (Joule), pronunciandosi generalmente come una "i" intensa o una semivocale /j/. Nelle parole straniere, mantiene la pronuncia originale (es. "jazz" con la g dolce, o "jeans").
L'italiano si servì invece del segno j con due funzioni diverse: tra vocali o all'inizio di parola davanti ad altra vocale per indicare il valore semiconsonantico dell'i (per es., jeri); in fine di parola, come terminazione del plurale dei nomi in -io atono (per es., varj) per evitare confusioni, in qualche caso, con ...
La "J" come "i" tra vocali o all'inizio di una parola prima di una vocale era ancora usata all'inizio del XX secolo. Ma non era diffusa né comune. A Pirandello piaceva e la usava, era fondamentalmente l'ultimo grande scrittore a farlo.
Le prime testimonianze di letteratura in volgare in territorio italiano nacquero in Sicilia sotto la dinastia sveva (metà del XIII secolo). Il grande prestigio culturale che l'imperatore Federico II di Hohenstaufen seppe dare alla propria corte diede vita a una scuola poetica “siciliana”.