Per poter evidenziare la molteplicità dei generi, a un certo punto si è dunque deciso di usare l'asterisco nel caso di parole che possono essere espresse sia al maschile che al femminile: “Professor*innen”. Si impiegano con la stessa finalità anche i due punti, il trattino basso o altri tipi di caratteri.
Un liceo di Torino ha deciso di fare un passo avanti nelle questioni di genere: nelle comunicazioni ufficiali non utilizzerà più sostantivi e aggettivi connotati, ma l'asterisco. In altre parole, non più “studente”, ma “student*”, non “iscritti”, ma “iscritt*”, non “ragazzi” ma “ragazz*”.
È adoperato quando nei testi si necessita di una spiegazione che non può essere data subito, ma per la quale si deve ricorrere alle note: la presenza di un asterisco sulla parola da spiegare e di un altro uguale al primo, a fondo pagina, con accanto le delucidazioni necessarie è senz'altro il sistema più adoperato.
Secondo Treccani, l'uso dell'asterisco sarebbe "una forma di rispetto anti-sessista degno di considerazione," ma solleva un problema di natura morfologica: mentre in passato nei testi è stato usato esclusivamente come un segnale, in questo caso intaccherebbe a livello strutturale la lingua.
Le varianti del linguaggio inclusivo (come “*”,“u” “ə”) possono servire in tre occasioni: per rivolgersi a una moltitudine mista volendo tenere conto delle persone non binarie; per rivolgersi a una persona non binaria; per parlare di una persona di cui non si conosce il genere.