In generale, farsi licenziare conviene dal punto di vista economico perché garantisce il diritto alla NASpI (indennità di disoccupazione), a differenza delle dimissioni volontarie. Tuttavia, licenziarsi è preferibile se si è già trovato un nuovo lavoro o per evitare danni all'immagine professionale. Il licenziamento per giusta causa (es. assenza ingiustificata) dà diritto alla NASpI, ma il datore di lavoro potrebbe richiedere un risarcimento danni.
Dimissioni o essere licenziati? Questo è il dilemma. Il 51% degli intervistati ha sostenuto che lasciare l'impiego è il modo migliore di terminare il proprio rapporto di lavoro. Il 31% preferisce farsi licenziare, mentre il 18% pensa sia lo stesso.
Che il lavoratore si licenzi volontariamente, venga licenziato, risolva il contratto consensualmente o vada in pensione, è sempre garantito il diritto al TFR. Il datore di lavoro è tenuto a versare al dipendente la somma maturata fino al momento dell'interruzione del rapporto, senza eccezioni.
Licenziare un dipendente in Italia comporta costi fissi e variabili, principalmente il Ticket di Licenziamento (un contributo all'INPS pari al 41% del massimale NASpI per anno di anzianità, max 3 anni, circa 1.907€ per 3 anni nel 2024), più le spettanze di fine rapporto (TFR, tredicesima, ferie non godute), e l'eventuale indennità sostitutiva del preavviso se previsto dal CCNL e non concesso. Il costo può aumentare significativamente in caso di licenziamenti collettivi, variando da circa 1.388€ a oltre 11.000€ a seconda dell'accordo sindacale e della CIGS, come evidenziato nei calcoli di Jet HR.
Ebbene, secondo la Cassazione è giusto che il dipendente che si comporta in modo da farsi licenziare risarcisca al datore il danno pari al ticket Naspi. Affinché ciò avvenga, però, è necessario che il datore intenti una causa contro l'ex dipendente, cosa che non sempre succede per via dei tempi e dei costi.