Sigmund Freud vedeva la felicità in modo pessimistico, definendola come un'esperienza transitoria, episodica e limitata al soddisfacimento improvviso di bisogni lungamente accumulati, governata dal "principio di piacere". In Il disagio della civiltà, sostiene che la ricerca della felicità è spesso limitata dalle regole sociali e che la struttura umana, tesa a evitare il dolore, rende la felicità continua quasi impossibile, portando a un inevitabile conflitto tra pulsioni e civiltà.
Freud vedeva la felicità come l'equilibrio tra pulsione di vita e quella di morte. Inoltre, secondo lo psicoanalista è necessario che il piacere sia controllato per evitare di cadere, inevitabilmente, in quella pulsione di morte che porta all'infelicità.
In uno Einstein scrisse che "una vita tranquilla e modesta apporta più gioia di una che ricerca il successo e che implica una agitazione permanente". Nel secondo mise nero su bianco: “Là dove c'è volontà si trova la strada”.
Freud diceva che ognuno è quello che è non perché lo vuole, ma perché qualcosa nella vita lo ha reso tale. Sono certa che il dolore possa rendere le persone molto sensibili e attente agli altri ma è vero anche il contrario, il dolore può indurre a una forte chiusura emotiva.