I «cesaricidi», come sono ricordati gli assassini, attesero il dittatore alla seduta in Senato e lì, come racconta lo storico Svetonio, lo pugnalarono. Cesare, vedendosi colpito anche da Bruto, pronunciò la famosa frase: «Tu quoque Brute fili mi!» («Anche tu Bruto, figlio mio!»).
(Persino tu, Bruto, figlio mio) è un'espressione latina attribuita a Giulio Cesare. Si narra che queste siano state le ultime parole da lui pronunciate in punto di morte (Idi di marzo del 44 a.C.), mentre veniva trafitto dai congiurati, riconoscendo fra i suoi assassini il volto di Marco Giunio Bruto.
Temendo che Cesare volesse farsi re di Roma, un numero variabile di circa 60 o 80 senatori, guidati da «Gaio Cassio, Marco e Decimo Bruto», congiurarono per uccidere il dittatore.
Secondo la tradizione questa frase fu pronunciata da Giulio Cesare nel momento in cui venne pugnalato a tradimento, il 15 marzo dell'anno 44 a.C., da un gruppo di congiurati tra cui c'era anche il figlio adottivo Marco Giunio Bruto.
La parola Idi deriva dal latino idus. Il termine veniva utilizzato dai romani per indicare la metà del mese. In particolare, si riferiva al 15esimo giorno di marzo, maggio, luglio e ottobre e il 13esimo giorno degli altri mesi dell'anno.