"Torinesi falsi e cortesi" è una frase che ho inteso spesso pronunciare girando per l'Italia, fuori del Piemonte - e magari anche dentro: un proverbio però a cui, con tutto il rispetto che ho per siffatta espressione di saggezza popolare, io non credo affatto.
Il torinese, e il piemontese in generale, è riservato. Tanto riservato. Il che lo fa apparire inizialmente come un po' schivo e freddo. Per chi è abituato a eccessi di smancerie, tipici del meridione, può sembrare perfino un atteggiamento altezzoso e antipatico.
Hai voglia di…? È la tipica espressione dei torinesi per chiedere un favore a qualcuno. “Hai voglia di andare a comprare il pane?”; “Hai voglia di aprire la porta?” In alcune circostanze, soprattutto per le richieste più scoccianti, si può aggiungere il rafforzativo “mica”: Hai mica voglia di lavare i piatti?
Quando, nel 1563, la capitale fu spostata a Torino, i menestrelli non erano certamente gli stessi; e così, gli attuali che tentavano di scimmiottare i predecessori, vennero ribattezzati falso-cortesi. Da qui la nomea regionale di doppiogiochista, ormai inquinata e travisata da tempo, di “piemontese? falso e cortese!”.
Il saluto piemontese cerea ha una connotazione un po' più formale del “ciao”. Si tratta di un saluto che denota una certa distanza tra gli interlocutori, ma che allo stesso tempo esprime in modo elegante il rispetto che c'è tra le persone coinvolte.