Domanda di: Jelena Sartori | Ultimo aggiornamento: 24 novembre 2023 Valutazione: 4.2/5
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L'obiettivo della missione era quello di paralizzare il paese e spingere il popolo serbo a ribellarsi contro Milošević con cui era ormai impossibile una pacifica risoluzione del conflitto.
L'intervento Nato si spiegava con l'imperativo di porre fine ad una deliberata campagna di oppressione, pulizia etnica e violenze intrapresa nella regione del Kosovo dal regime jugoslavo contro i propri cittadini di origine albanese.
La motivazione dei vertici alleati - il comandante in capo delle Forze Nato era allora il generale americano Wesley Clark - fu quella di evitare una catastrofe umanitaria a causa della brutale politica di repressione e pulizia etnica condotta dal regime dell'allora uomo forte serbo Slobodan Milosevic.
A partire dal 1995, la NATO inviò in Bosnia ed Erzegovina circa 60mila uomini per evitare l'inizio di una nuova guerra civile e garantire l'impegno del paese per la pace e la stabilizzazione, come previsto dagli Accordi di Dayton.
Le bombe sganciate dalla Forza Alleata avrebbero causato in tutto la morte di 2.500 civili, tra i quali 89 bambini, 12.500 feriti e un numero di profughi che va da 700 mila a un milione. Human Rights Watch ha calcolato fra 489 e 528 le perdite di civili jugoslavi provocate dai bombardamenti.