Seneca si suicidò nel 65 d.C. su ordine dell'imperatore Nerone, che lo accusava falsamente di aver preso parte alla congiura dei Pisoni per rovesciarlo. Piuttosto che subire un'esecuzione brutale, il filosofo stoico scelse il suicidio, coerentemente con la sua filosofia che vedeva la morte come un atto di libertà e il modo per porre fine alla vita quando la virtù non era più possibile.
Quando Seneca, per la sua sospetta partecipazione alla congiura di Pisone, riceve l'ordine di Nerone di togliersi la vita onorevolmente secondo il mos maiorum, altrimenti sarebbe stato giustiziato come un uomo comune, non esita a scegliere il suicidio in osservanza del suo pensiero stoico che proclama che i mali sono ...
Prima di morire, costretto da Nerone, Seneca cercò di morire serenamente, confortando gli amici e pronunciando frasi stoiche sulla morte come liberazione, ma, a causa della lentezza dei veleni, si immerse in una vasca d'acqua calda, chiedendo di dedicare il liquido a Giove liberatore, per poi esalare l'ultimo respiro, senza grandi orazioni ma con la coerenza finale della sua filosofia.
Nei suoi annali, Tacito fece un resoconto molto preciso delle circostanze della morte di Seneca. Il filosofo si trovava nella sua villa alla periferia di Roma con sua moglie e alcuni amici quando arrivò un ufficiale di Nerone, che gli disse che doveva uccidersi.
Così per gli stoici il suicidio non era una fuga ma piuttosto un termine razionale della propria vita, un atto di libertà individuale che poteva essere eseguito unicamente dal saggio il quale, avendo raggiunto un alto livello di conoscenza, era in grado di accettare in modo naturale ogni evento.