Il filosofo greco Pitagora (vissuto nel VI secolo a.C.) è legato alla leggenda di essere morto a causa del favismo. Si narra che, perseguitato dai sicari di Cilone a Crotone, preferì farsi catturare e uccidere piuttosto che attraversare un campo di fave, alimento considerato impuro e probabilmente tossico per lui a causa di una predisposizione genetica.
Il celebre storico greco Diogene Laerzio, nell'VIII libro della sua opera Vite dei filosofi, racconta che Pitagora e i suoi discepoli manifestavano una tale avversione per le fave da non poterle neanche toccare.
Pitagora dunque fu preso mentre fuggiva: giunto a un campo di fave, pur di non attraversarlo si arrestò, proclamando che era meglio essere catturato piuttosto che calpestarle e preferiva farsi uccidere, piuttosto che parlare; così, fu sgozzato dai suoi inseguitori.
La scuola di Pitagora venne incendiata e distrutta nel corso di una sommossa popolare. La tradizione sostiene che lo stesso Pitagora, scampato miracolosamente, fuggì a Locri. Di qui sarebbe andato a Taranto e poi a Metaponto, dove l'avrebbe colto la morte.
Infatti il favismo, come sappiamo, è una malattia enzimatica ereditaria. Chissà se lo stesso Pitagora non ne fosse affetto oppure, il filosofo greco aveva visto diversi casi di favismo nel corso della sua vita.