Domanda di: Ing. Clodovea Rossetti | Ultimo aggiornamento: 5 maggio 2026 Valutazione: 4.2/5
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Seneca, nelle sue opere stoiche, considera il dolore come un'esperienza umana inevitabile, un "disagio" da affrontare con coraggio, razionalità e distacco, anziché con disperazione. Sostiene che il dolore profondo sia muto e travolgente, mentre quello lieve è più propenso a lamentarsi. Il dolore va gestito, non eliminato completamente, limitando la sofferenza a ciò che è necessario.
Invero, come recita un celebre verso di Pascoli da Il prigioniero: «dolore è più dolor, se tace». L'inevitabile bisogno di esprimere lo sconcerto e la sofferenza si fa largo a partire dalle domande che interpellano le nostre coscienze reclamando risposte concrete o quanto meno accennate.
[5] La morte è la liberazione da tutti i dolori, il termine oltre il quale i nostri mali non possono andare; essa ci riporta alla tranquillità, in cui eravamo prima di nascere. Se si ha compassione dei morti, si deve aver compassione anche di chi non è nato.
Epicuro suddivide il dolore in due diverse tipologie: il dolore forte e quello lieve. In entrambi i casi, il filosofo spiega per quale motivo è facile sopportarli. Infatti, se un dolore è intenso dura poco, al contrario se un dolore è debole ma cronico, il corpo umano lo rende, con il passare del tempo, impercettibile.