Il Sonetto 116 ("Non sia mai ch'io ponga impedimenti") è una delle poesie d'amore più celebri di William Shakespeare. Definisce l'amore vero come un sentimento eterno e immutabile, un "faro sempre fisso" che resiste al tempo.
Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; è la stella-guida di ogni sperduta barca, il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama.
Non esiste un consenso universale, ma il Sonetto 18 ("Shall I compare thee to a summer's day?") è spesso citato come uno dei più belli e celebri, insieme al Sonetto 116 ("Let me not to the marriage of true minds") e al Sonetto 130 ("My mistress' eyes are nothing like the sun"), che offrono diverse prospettive sull'amore, la bellezza e l'immortalità. Il Sonetto 18 celebra la bellezza eterna attraverso la poesia, il 116 definisce l'amore vero e immutabile, mentre il 130 smonta i convenzionali paragoni petrarcheschi.
Il sonetto 130 di Shakespeare sfida l'ideale di bellezza perfetta, descrivendo le imperfezioni della sua donna. Il poeta inglese si oppone all'idealizzazione delle donne senza difetti, tema comune nella poesia di Petrarca.
Né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra, Quando in eterni versi nel tempo tu crescerai: Finché uomini respireranno o occhi potran vedere, Queste parole vivranno, e daranno vita a te.