Domanda di: Dr. Bibiana Colombo | Ultimo aggiornamento: 20 marzo 2023 Valutazione: 4.4/5
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Facevano quindi bollire vari paioli d'acqua e la versavano nella tinozza; quando era piena fino all'orlo stappavano il mastello e rimettevano l'acqua sul fuoco dentro un paiolo rifacendola bollire. Questa operazione era fatta 3-4 volte, fino a quando l'acqua bollita filtrata dai panni e dalla cenere, diventava bianca.
Per lavare i panni si usava la ranna (ranno) cioè una soluzione ottenuta versando dell'acqua bollente sopra uno strano di cenere bianca, proveniente da legni poveri, come ginestre, rovi, acacie, sopra un telo ampio a trama fitta, o un vecchio lenzuolo rattoppato, chiamato cendrale.
Il giorno del bucato, si prendevano delle grandi vasche di legno che venivano posate su dei treppiedi con sotto un secchio. A questo punto la biancheria veniva inserita dentro queste vasche e pigiata. Veniva poi coperta con un drappo di tela su cui si spargeva la cenere e su cui veniva versata acqua bollente.
I Greci e i Romani, per esempio, non usavano il sapone, ma uno strumento di legno per raschiare la pelle (lo strigile), pur ricorrendo a frequenti bagni e oli profumati.
La procedura per fare il bucato era la seguente: i panni sporchi (panni brutti) venivano lavati al lavatoio con il sapone solido tagliato a blocchetti, quindi venivano sciacquati e strizzati. In questo modo erano già puliti ma non sbiancati. Per questo venivano messi in un mastello di legno foderato da un panno.